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Accadde a Firenze, a Luglio

Accadde a Firenze, a Luglio

Tour de France 15 luglio 1948

Quel 15 Luglio, alla partenza da Cannes, nella 13° tappa, Gino Bartali, classe 1914, fiorentino, nato al n.78 di Via Chiantigiana a Ponte a Ema, era fortemente determinato a compiere una clamorosa impresa, principalmente allo scopo di mantenere una promessa fatta aI Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Alle 11,30 del 14 Luglio, Antonio Pallante aveva attentato alla vita di Palmiro Togliatti , ferendolo gravemente dopo averlo colpito con un proiettile alla testa. La reazione del popolo militante era stata immediata: grandi manifestazioni e lunghissimi cortei stavano svolgendosi in tutte le città d'Italia e si respirava aria di insurrezione armata. Le Autorità cercavano di prendere tempo, lo stesso Togliatti che non aveva perso conoscenza, invitava i propri sostenitori alla calma ed alla consegna delle armi, ma la forte tensione non si placava. Occorreva una momentanea distrazione qualcosa che potesse stemperare gli animi. Alcide de Gasperi sapeva che in quel momento una squadra italiana partecipava al Giro di Francia, una manifestazione molto seguita dagli Italiani, fortemente desiderosi di vincere per dare una lezione agli eterni antipatici "cugini francesi". Il Presidente del Consiglio non esitò a chiamare al telefono Gino Bartali per metterlo al corrente della situazione e per ottenere la promessa che egli facesse di tutto per conquistare una esaltante vittoria. Quell'anno la squadra italiana era fortemente indebolita, perché priva di due campioni come Fausto Coppi e Fiorenzo Magni che per varie motivi non avevano potuto iscriversi alla corsa. L'unico campione italiano in gara era "Ginettaccio", trentaquattro anni, età già avanzata per un corridore ciclista. Egli era assecondato da validi corridori fra i quali il fido Giovannino Corrieri, ma si trattava pur sempre di gregari . Al momento della partenza da Cannes Gino, che nonostante avesse vinto tre tappe, quella di Trouville sur Mer, di Lourdes e di Tolosa, aveva accumulato un distacco in classifica di 21 minuti dalla Maglia gialla, il bretone Louison Bobet, pupillo dei francesi. La tredicesima tappa Cannes- Briancon di 274 Km., era una delle più impegnative del giro. Prevedeva la scalata dei colli alpini Allos, Vars e il tremendo Izoard, una ascesa di 16 Km. con pendenza del 7% e la vetta a 2361 mt. Gino si presentò alla partenza della tappa, assolutamente motivato, convinto che la propria forza e il grande coraggio, che non gli era mancato quando aveva sfidato i nazisti rischiando la propria vita nel portare salvacondotti nella canna delle sua bicicletta allo scopo di salvare l'esistenza di tanti e tanti ebrei, lo avrebbero portato alla vittoria. Erano le sei del mattino, di un alba fredda e piovigginosa, quando i corridori iniziarono la corsa. Bartali insieme a Bobet e agli altri dell'alta classifica, si trovavano nelle prime posizioni controllandosi a vicenda. Non reagirono quanto il francese Jean Robic, detto "testa di vetro", perché l'unico a portare un casco in testa, scattò di forza giungendo in solitaria sui colli Allors e Vars. Ma la corsa era ancora lunga, c'era da affrontare il determinante col d'Izoard. La pioggia gelata sferzava il viso dei corridori, i quali dovevano sopportare ulteriori tremendi sforzi a causa del fango sulla strada sterrata che impastava impietosamente le ruote. Gino, non appena iniziata l'ascesa del colle, mise in atto una serie di impressionanti scatti, lasciando sul posto i corridori più importanti fra cui Bobet, che probabilmente risentiva delle fatiche patite sui Pirenei, dove aveva largamente dominato. Il "Toscanaccio" della Legnano, dopo avere superato Apo Lazarides e Raymond Impanis, che si erano avvantaggiati sul gruppo dei migliori, al termine di una serie di curve, vide spuntare davanti a lui la sagoma ondeggiante di Jean Robic che procedeva a zig-zag, egli evidentemente stava pagando lo sforzo prodotto fino allora. Lo superò con estrema facilità e si involò fino a giungere solo sulla vetta più alta del Tour. Come dice Paolo Conte, nella sua canzone Bartali "i francesi che si incazz... i giornali che svolazzano". In realtà gli appassionati d'Oltralpe si aspettavano di vedere passare per primo il loro favorito Louison Bobet. Ma Gino questa soddisfazione non gliela concesse. Consapevole che il piano si stava rivelando vincente, e poi c'era quella promessa da mantenere, si gettò temerariamente a capofitto nella ripida discesa giungendo al traguardo di Briancon in anticipo di 6' e 18'' sul belga Alberic Shotte e 19' su Luison Bobet che per poco più di un minuto riusci a mantenere la maglia gialla. Il capolavoro ancora non era compiuto. Il giorno successivo ci sarebbe stata una altra tappa tremendamente difficile da percorrere. A Gino, occorreva ancora una volta forza, caparbietà, determinazione e una incontenibile dose di volontà, tutti elementi che possedeva e che non tardò a mettere in atto. Al traguardo di Aix Les Bains, termine della 14° tappa, l'Alfiere Italiano della Legnano, dopo avere sbaragliato gli avversari sui colli Alpini: Galibier, Le Croix de Ferre, il Grand Coucheron ed il Granier, inflisse al secondo arrivato il belga Stan Ocker un distacco di 6' ed a tutti gli altri distacchi incolmabili che lo portarono alla conquista dell'agognata maglia gialla. L'impresa di Gino Bartali, che nonostante i moti dovuti all'attentato veniva ugualmente seguita con passione da quasi tutti gli italiani, incollati all'apparecchio radio, suscitò un tale entusiasmo che sicuramente servì per attenuare la tensione e scongiurare una probabile guerra civile, complice anche il rapido miglioramento delle condizioni di salute di Togliatti e i continui appelli alla calma (l'Italia era uscita da poco dagli orrori della guerra) da parte di tutte le Autorità.  Ginettaccio si tolse la soddisfazione di vincere ancora due tappe : a Losanna e a Liegi, conservando la maglia gialla fino al termine del Tour. Al Parco dei Principi confezionò la vittoria dell'ultima tappa per il suo fido Giovannino Corrieri, che aveva già vinto quella di Metz, e tagliò il traguardo da trionfatore fra gli applausi, distaccando in classifica generale Alberic Shotte di 26' 16'' e Guy Laperbie di 28', 48''. Louison Bobet, pupillo francese e favorito alla partenza, arrivò quarto accumulando più di mezz'ora di ritardo. Questa epica impresa sportiva fu molto apprezzata dai francesi tributando al vincitore calorosi riconoscimenti, ma soprattutto mandò in estasi gli italiani, provocando in essi una sorta di catarsi a seguito del ridimensionamento a cui erano stati sottoposti dopo la sconfitta in guerra. Giunto a Firenze quale salvatore della Patria, avvolto da un' aureola miracolosa, il grande campione festeggiato e osannato riuscì perfino a coinvolgere in tutte le manifestazioni d'affetto anche coloro che fino allora avevano "tifato" per il suo rivale Fausto Coppi. Per lungo tempo ancora il trio di campioni del ciclismo internazionale: Gino Bartali, Fausto Coppi e in minore misura Fiorenzo Magni, pur da antagonisti , mantennero alto, a suon di successi, il vessillo Italiano nel mondo. La rivalità fra Bartali e Coppi, vera o presunta che fosse, talvolta spostata anche sul piano politico, provocò accese dispute fra gli italiani a dimostrazione della forte passione per questa straordinaria disciplina. Dobbiamo infine aggiungere che le gesta dei due campioni furono di esempio per le successive generazioni, dalle quali emersero tanti altri protagonisti che ancora oggi continuano ad onorare questo bello e amatissimo sport.

Arena "Gratta": quando ci divertivamo nella semplicità 

Il 16 Luglio 1989 , muore Evaristo Caroli in arte "Gratta". Chi non ricorda "Gratta" a Firenze? Evaristo Caroli classe 1903, originario di Este in provincia di Padova, era arrivato all'inizio degli anni 50 nella nostra città, dove si sarebbe poi stabilito definitivamente. Il "Gratta" era figlio di circensi, con una spiccata vocazione di clown, ed insieme alla moglie Sara Pellegrini, anch'essa appartenente ad una famiglia di artisti del circo, avevano allestito un piccolo tendone, circondato da una bassa staccionata, dove all'interno sulla terra battuta coperta da tappeti, venivano alzate semplici attrezzature atte a produrre le comuni attività circensi senza il tradizionale apporto degli animali. "Gratta" aveva dentro di sé la passione per lo spettacolo, sentiva quasi un dovere far sorridere gli altri e considerava il suo lavoro una missione. Aveva imparato molto dai genitori ma in particolare dai nonni che lo avevano avvezzato al palcoscenico. La mimica facciale, la battuta pronta, le improvvisazioni erano le sue doti principali. Il suo segreto era quello di presentarsi al pubblico raccontando semplici storielle, apparentemente normali, ma che poi trasformava in gag e finivano in farsa. Non era solo teatrante, ma anche un abile trapezista e equilibrista: si esibiva in equilibrio su improbabili biciclette e talvolta anche su vecchi motocicli con apparente facilità, con indosso gli abiti di sempre, quelli caratteristici da pagliaccio. Ma non erano solo loro, Evaristo e Sara, a mandare avanti il circo, c'erano anche i figli: Graziella, Felice, Marisa e Giancarlo, ai quali in seguito si erano aggiunti Oriella e Sergio. Tutti svolgevano il loro compito di circensi con abilità, capacità e destrezza, qualità ottenute non solo con l'apprendimento, ma anche per la forte spinta della passione e dell'attaccamento al proprio lavoro, trasmessa dai genitori. Firenze era da poco uscita dalla guerra. C'era fermento, voglia di ricominciare, di rinascere, ma anche tanta voglia di sorridere di dimenticare il più alla svelta possibile le tristezze del passato. Il tendone di Gratta sostava tre mesi al Campo di Marte, per poi spostarsi periodicamente nei quartieri fiorentini. Si ricordano i luoghi di: Via Pietrapiana, Piazza Puccini, Viale Redi, Ponte alla Vittoria, Piazza Cosseria, Ponte di Mezzo, Via Boccaccio, Piazza del Carmine, Piazza Pier Vettori, Piazza Tasso e negli anni sessanta, presso la fiera di Scandicci e all'Isolotto. Il Circo Gratta era molto amato dal popolo dei rioni. Quando nei vari quartieri il carrozzone appariva all'orizzonte, tanti cittadini correvano a diffondere la notizia che veniva appresa con grande compiacimento e soddisfazione. Sia i grandi, ma sopratutto i piccoli, non vedevano l'ora di assistere alle gag di "Gratta", la cui faccia dipinta dispensava simpatia e buon umore: punta del naso colore rosso, grosse sopracciglia nere come la pece, due tondi rossi sulle gote, bianco intenso sopra le labbra, e poi parrucca gialla in testa con sopra una piccola bustina di stoffa posta sul lato, camicia bianca con due fiocchi rossi ciondolanti bene in vista, coperta da una grande palandrana, calzoni ampi e corti sopra le caviglie, calze a strisce colorate ed enormi scarpe a punta rotonda. Gli spettatori che accorrevano al circo erano sistemati all'interno, seduti sopra alcune gradinate di legno ed erano quelli che pagavano il biglietto d'ingresso. Gli altri rimanevano in piedi all'esterno circondando la staccionata e potevano volontariamente mettere qualche moneta in un cestino al termine dello spettacolo. L'entrata in pista di Gratta veniva accolta da tutti i presenti con grandi applausi. Lo spettacolo iniziava con qualche battuta o barzelletta, per diffondere allegria, e poi continuava con i numeri ai quali si dedicavano i figli. Oriella e Marisa giocoliere, belle e brave con i cerchi, le clave e la palla. Felice e Giancarlo abili nelle acrobazie a terra, sulle pertiche libere, sulle corde aeree e sul trapezio. Sergio e Graziella, perfetti equilibristi sul filo e sulle precarie ruote delle biciclette. L'intervento di Gratta avveniva ogni due numeri di attrazioni e coadiuvato da Gino, sua spalla storica, confezionava scenette a base di equivoci, fraintendimenti e iperbole che finendo inevitabilmente con "martellate" e sonori "schiaffi", suscitavano l'ilarità dei presenti fino alle lacrime. Negli anni sessanta la famiglia circense si era ulteriormente ingrandita con generi nuore e nipoti e, come conseguenza, si era reso necessario un adeguamento della struttura e in particolare della pista, poi coperta interamente dal tendone. Ma di lì a poco l'avvento della televisione portò ad una diminuita affluenza degli spettatori, distratti dalla novità, ed Evaristo Caroli cercò di farvi fronte inserendo negli spettacoli artisti all'epoca noti e molto conosciuti a Firenze: Gino Piancastelli, ammaestratore di piccoli cani, Aurelio Aureli, detto "Agnello" e Gigino, comici d'avanspettacolo, Ugo Benci, detto "Ughino", altro comico che interagiva con Evaristo nel finale dello spettacolo, ed inoltre cantanti come Renzo Darè, Walter Carlesi, le sorelle Rossi ed altri cantanti dell'epoca. L'Arena Caroli svolse il suo ruolo di intrattenimento ancora con successo fino al 1978, quando il "Gratta", ormai stanco per la lunga e intensa carriera, dette l'addio alle scene insieme alla sua Sara, ritirandosi a Porto San Giorgio al seguito di suo figlio Sergio che aveva iniziato una nuova attività. Tanti fiorentini, passando da Piazza dei Ciompi, potranno osservare la lapide che dà nome al giardino dove una volta sorgeva il tendone. Giardino di Gratta - Evaristo Caroli artista circense. 1903 - 1989. Con questo riconoscimento il Comune di Firenze ha reso perenne il sentimento di gratitudine dei cittadini che hanno conosciuto "Il Gratta",  dispensatore di sana allegria.

Festa di Sant'Anna, Orsanmichele delle arti, la cacciata del Duca di Atene

Il 26 Luglio di ogni anno, passando per Via Calzaiuoli, si vedono esposte sulla facciata di Orsanmichele, i vessilli con le insegne delle antiche Corporazioni fiorentine di Arti e Mestieri. Questa esposizione vuole ricordare un episodio avvenuto il 26 Luglio del 1343, giorno di Sant'Anna, quando le Corporazioni insieme alla Signoria ed al popolo fiorentino, si ribellarono al governatore Gualtieri VI° di Brienne, Duca d'Atene, obbligandolo a compiere una fuga precipitosa dalla città. Gualtieri si fregiava furbescamente del titolo nominale di Duca d'Atene solo perché il padre era stato principe della capitale ellenica. Il Duca conosceva Firenze già dal 1326, quando il Re di Napoli lo aveva inviato nella nostra città per pacificare la Repubblica sottoposta in quei tempi a conflitti interni che vedevano contrapposti ancora una volta Guelfi e Ghibellini. In realtà la pacificazione ebbe successo e per questo, sedici anni più tardi, la Signoria, anche per i suoi buoni precedenti, pensò di richiamare Gualtieri per affidargli le funzioni di capitano della guerra contro i Pisani, in sostituzione di Ferrantino Malatesta. L' 8 Settembre del 1342 il Duca fece il suo ingresso in città accolto calorosamente dai fiorentini. I cittadini che in quel periodo stavano sopportando duri sacrifici per la grave situazione economica, anche per il fallimento dei banchieri Bardi e Peruzzi, videro in Gualtieri un politico capace di risolvere i loro problemi e, a furor di popolo, chiesero alle autorità della Repubblica, l'elezione a vita del Duca a Signore di Firenze. La Signoria si mostrò contraria. Le leggi consentivano la carica di Signore soltanto ai priori ma l'insistenza della popolazione, anche perché conquistata dalle continue promesse del Duca, indussero le Autorità a chiamare il popolo ad esprimersi definitivamente. Ciò avvenne il giorno 8 Dicembre 1342 in Piazza Santa Croce, in una infervorata riunione, una parte consistente e maggioritaria dei cittadini non ebbe dubbi nello schierarsi a favore della prestigiosa nomina. Con il popolo dalla sua parte, Gualtieri volle tranquillizzare la Repubblica, i cui rappresentanti erano fortemente perplessi, giurando di mantenere intatte le leggi, le istituzioni e le libertà, conquistate dal popolo a caro prezzo. Purtroppo ai fiorentini "mal gliene incolse". Il Duca, non appena ottenuto lo scranno più alto, assunse un atteggiamento aggressivo e tirannico e tradì il giuramento fatto, cancellando gli ordinamenti e le leggi vigenti. Non si contarono i soprusi nei confronti di tutti i ceti sociali con l'applicazione forzata di tasse e balzelli che servivano solo ad arricchire se stesso e i suoi fidi compiacenti. Il malumore dei fiorentini che avvertivano oltretutto la perdita del diritto più prezioso, quello della libertà, non tardò a manifestarsi. In tutta la città vennero organizzate congiure per rovesciare il tiranno, molte delle quali, messe su in maniera superficiale, furono soffocate nel sangue dai soldati, con torture e impiccagioni. Ma il desiderio di riconquistare quanto perduto, sbarazzandosi dell'odiato persecutore, era più che mai intenso e fortemente sentito dalla popolazione intera. Nel frattempo, cresciuti di numero, i congiurati che vedevano nelle loro fila anche i maggiorenti delle Arti, con le famiglie nobili dei: Donati, Pazzi, Albizi, Medici, Strozzi, Frescobaldi, Bardi, Adimari e Rucellai, si riunirono segretamente, accordandosi per insorgere nella fatidica data del 26 Luglio 1343. All'alba del giorno di Sant'Anna, i cittadini, compreso il popolo minuto, scesero in strada a migliaia con armi, bastoni, sassi e tutto quello che poteva servire per combattere, al grido di: Muoia il tiranno! Viva la libertà!. Furono alzate barricate e blocchi ai crocevia e all'inizio dei ponti. Molti dei masnadieri del Duca, colti di sorpresa ed evidentemente non avvezzi alla guerriglia, furono feriti o uccisi e i superstiti fatti prigionieri. Migliaia di cittadini armati a piedi e a cavallo, recanti le insegne del popolo e del Comune, si radunarono davanti al Palazzo della Signoria intimando al Duca la resa. Gualtieri, in un primo tempo, pose un un netto rifiuto ma, constatando la mancanza della pur minima difesa da parte della sua soldataglia, annientata dal popolo, si arrese. Nonostante in tanti chiedessero la sua testa, le Autorità, evidentemente per motivi politici, gli consentirono di fuggire. Cosa che avvenne poco tempo dopo, durante la notte, si dice, attraverso una piccola porta del Palazzo della Signoria, ancora oggi visibile su Via della Ninna. La data della liberazione dal perfido e brutale despota Franco Greco, 26 Luglio 1343, fu festeggiata dal popolo acclamando Sant'Anna "Fautrice della libertà fiorentina". La devozione nei confronti della Santa, alla quale venne attribuita la protezione della città dal demone della tirannia, accrebbe con il tempo in città e nel contado, tanto da far sì che il 26 Luglio venne dichiarata festa civile e religiosa, ricorrenza che per molti secoli è stata solennemente celebrata. 

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